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Occhi al cielo è il titolo di una web serie, ed è forse il progetto al quale sono più legato. Mia l’idea, mio il tentativo (fallito) di farne un prodotto televisivo, mia la produzione (grazie a due estenuanti campagne di crowdfunding).

L’idea è nata del 2012, quando ancora lavoravo alla NOVA-T, il centro di produzione tv fondato dai frati cappuccini piemontesi a metà degli anni Ottanta e chiuso nel 2015.

Ho scritto Occhi al cielo per tre motivi:

1. Don Matteo, la mitica serie prodotta da Lux Vide, con un sempre verde Terence Hill, non mi piace. Per nulla. Per me Don Matteo non è fiction, ma fantascienza. Un prete in talare, che gira in bici e fa il commissario aggiunto alla locale stazione dei Carabinieri non esiste in natura. E a me lo stereotipo del pretino, fa girare le balle. Di preti ne ho conosciuti a camionate, spesso tostissimi, impegnati in battaglie sociali e culturali di grande spessore. O anche solo impegnati a far quadrare i conti della parrocchia o a impazzire per tenere aperto l’oratorio e la mensa dei poveri.  Ma di Don Matteo mai nemmeno l’ombra. Quindi volevo raccontare la vita di un prete vero, o almeno, verosimile.

2. Ho trascorso la gioventù tra campetti dell’oratorio, parrocchia e Azione Cattolica. A me, il mondo ecclesiale, sebbene oggi ne sia assai distante, ha dato molto. Mi ha aiutato a interrogarmi su chi sono, cosa faccio e perché. Mi ha educato alla politica, alla socialità, alla compassione. Volevo “restituire” attraverso lo schermo ciò che avevo ricevuto. E volevo farlo con ironia.

3. Arriviamo così al punto tre: i cattolici sono privi di sense of humor. Quasi del tutto. Volevo dimostrare a me stesso che, invece, si può ridere di gusto di ciò che capita in una parrocchia senza per questo essere privi di senso della misura e del rispetto che, secondo me, si deve a un luogo  siffatto.

Lo stile registico scelto è a metà strada tra Camera Cafè e Belli dentro (due tra le sit-com che più o amato).

L’idea della location unica rende la produzione meno costosa (ed è un bene), e permette di sottolineare il punto di vista (che era ciò che volevo). Come per Belli dentro, ambientato in un carcere, l’ufficio parrocchiale era una location poco usuale per una narrazione comedy.

IL LUOGO
Il luogo nel quale tutto si svolge è uno spazio angusto davanti alla statua di San Giuseppe Lavoratore, patrono della parrocchia a lui dedicata.

San Giuseppe Lavoratore” è infatti una parrocchia di Torino. Non esiste, nella realtà, ma esiste eccome nelle nostre città, paesi e vissuti personali. Una parrocchia viva e variegata, popolata da colorata e colorita umanità. Sacrestano, perpetua, economo, catechista, suora, vescovo, direttore del coro e, ovviamente, il parroco.

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Il parroco si chiama Don Paolo ed è un ex pugile. Ha 45 anni, una classica vocazione adulta, e si trova a gestire una parrocchia che è una vera e propria “gabbia di matti”. Ha al suo fianco una perpetua brasiliana molto bella, un sacrestano ultras del Toro e un economo catto-comunista, una suora sorprendentemente giovane per la media attuale,  una catechista ferma al Concilio di Trento, un frate cappuccino dalla vocazione traballante.

E poi c’è tutto il mondo fuori che, un pezzo alla volta fa capolino nell’ufficio di Don Paolo.

Per saperne di più c’è un sito dedicato

http://www.occhialcielo.it/

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