NIGEREIDE 2 – Avrei una domanda

Lunedì 21 gennaio 2019

Ho passato le prime ore di permanenza in questo lembo di terra d’Africa guardandomi attorno con occhi sgranati e facendo domande a raffica, tipo bambino il primo giorno di scuola. 

Ad essere tempestati da domande non sempre brillanti sono, loro malgrado, i miei compagni di viaggio: Sara e Marco

Sono due colonne del CISV, l’ organizzazione non governativa torinese, che ha avuto la pessima idea di ingaggiarmi per provare a mettere in piedi una campagna di sensibilizzazione sui loro progetti di cooperazione in Niger, e sono partiti con me dall’Italia. Poi ci sono i due cooperanti che qui portano avanti quei e che andrò a scoprire nei prossimi giorni. 

Tra le tante domande che sparo a raffica, una su tutte si affaccia a guisa di marmotta che mette il muso fuori dalla tana a fine letargo: ma di cosa vivono i nigerini? La domanda mi pare legittima e pertinente, perchè vedo solo sabbia, tantissima sabbia e basta. A meno che costruire castelli di sabbia non faccia crescere il Prodotto Interno Lordo, qui siamo messi malino. 

La risposta datami è più o meno questa: i nigerini si arrangiano come possono con l’agricoltura di sussistenza. Nel senso che hanno un orto, con quello si sfamano e se avanza qualcosa provano a venderlo in qualche mercatino informale. Informale sta per: “dove capita, capita”. Poi c’è il piccolo allevamento domestico di capre, montoni e mucche. Maiali, per ovvie ragioni, non ce ne sono. 

L’allevamento vero e proprio è quasi sempre attività tipica dei tuareg, che, secondo una vulgata locale, stanno ai nigerini come i rom ai leghisti. I tuareg, che abitualmente scorrazzano in pieno deserto a nord, si stanno spostando verso sud,  perché la diminuzione di piogge dovute al climate change gli impedisce anche la possibilità di fare un po’ di pastorizia in santa pace. Venendo verso sud, però, rompono le scatole a chi lì lavora la terra e quindi agricoltori e pastori si vogliono bene quasi come Fedez e Fabri Fibra.

Orti e capre, tutto qui. C’è altro? No, non c’è molto altro. O meglio: qui a Niamey è pieno di cantieri, anche belli grossi. Li noti perchè Niamey è strana, non ha nulla della capitale, anche se africana. Appare come un normalissimo anonimo villaggio dell’entroterra affetto da bulimia e cresciuto a dismisura fino a contenere 1 milione e mezzo di persone. C’è qualche palazzo governativo, qualche hotel senza pretese, ma sufficiente a soddisfare le esigenze basiche di un bianco in terra africana. 

Quindi i cantieri, quando li incroci, li noti eccome. Se poi osservi con attenzione, vedi bandiere turche che sventolano sulle gru e operai con occhi a mandorla sui ponteggi, manco fossimo a Pechino. Strano no? Mica tanto. Infatti sono i turchi e i cinesi (soprattutto i cinesi) che hanno vinto gli appalti per realizzare un numero significativo di opere pubbliche in Niger. L’aspetto positivo, l’unico, è che almeno assumono un po’ manodopera locale.

Insomma, detto male, i nigerini sono soprattutto contadini, pastori e muratori. Last but not least, va ricordato che qui c’è una più che discreta quantità di uranio. In linea teorica una manna, ci si potrebbe fare grana quanto basta. Invece i francesi, che hanno un bel numero di centrali nucleari in Patria da rifocillare, si sono aggiudicati il monopolio. 

Aiutiamoli a casa loro. I francesi.

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