CARO AMICO TI SCRIVO

Quando è iniziata a girare la notizia, il mio pensiero è andato a lui a Luca Olivieri, amico di vecchia data, persona per bene, intelligente, ironico, colto, capace. Luca è Vicesindaco di Mondovì, nonché assessore con delega a Cultura, Turismo, Manifestazioni e Beni Culturali.

Nella sua Mondovi, qualcuno ha pensato bene di imbrattare la porta di una famiglia che ha versato lacrime e sangue in un lager tedesco, con la scritta “Juden Hier”.

Gli ho scritto il giorno stesso. Con Luca condivido una visione politica concreta, riformista, ma non ideologica, senza totem, con poche, ma salde, certezze. Una su tutte: il mondo lo si deve osservare (e provare a trasformare) con gli occhi degli ultimi, di quelli che se la passano male, che fanno fatica, che non hanno certezze. La politica ha senso se parte da lì. Il resto è aria fritta.

Anche solo per questo motivo, me lo immaginavo incazzato e deluso di fronte a quella porta. Avrei voluto abbracciarlo, di dirgli qualcosa (ma cosa?). Gli ho chiesto se avesse voglia di rispondere a qualche domanda, perchè tutto ciò che mi sembrava sensato fare era dargli voce, offrirgli la mia piccola tribuna. La piccola tribuna del mio blog.

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Ciao Sante, Mi sono preso un po’ di tempo per rispondere alle tue domande, lo so.

Ho voluto farlo, per due semplici motivi.

Il primo motivo è che ci sono delle indagini in corso e ho sperato che la loro conclusione arrivasse in breve tempo. Non è stato così. Noi tutti abbiamo fretta di sapere chi è stato, chi c’è dietro a un simile gesto. Chi è incaricato degli accertamenti ha riferito (a noi amministratori) che si aspetta ancora qualche riscontro. Bene, attendiamo. Ti voglio parlare, però, di cosa vuol dire aspettare una simile risposta in una comunità come la nostra.

Siamo una città di circa 23.000 anime, di cui una buona parte, ho scoperto, essere detective. Questo gesto insano, che ha offeso la memoria di una figura come Lidia Rolfi, ha avuto anche la capacità di generare un gioco perverso alla ricerca del colpevole. Quindi alla tua domanda di come io possa stare a mente fredda, ti dico che io non ho la mente fredda. Non ne ho il tempo, qui nessuno ce l’ha. Siamo stati sotto i riflettori di tutti i media nazionali e non è ancora finita. La sensazione è che il peggio debba ancora arrivare. Cosa succederà quando verrà fuori un nome?

Cosa succederà quando si scoprirà, magari, che non siamo attorniati da cospiratori nazional-socialisti, ma dall’idiota di turno, dal folle, da colui che annacqua il valore del dolore, annebbia la memoria, magari per una sua vendetta personale? Non ti so rispondere, ti so solo dire che qui risiede tutta la tragicità, comica direi, del vivere in provincia. Quando attendi una risposta, ma hai paura che essa sia più terribile della domanda. Quando uscirà “il nome”, si attiveranno i sociologi, scriveranno i giornali, urleranno in parecchi. E noi ci sentiremo ancora più “stranieri” a casa nostra.

Eccomi al secondo motivo per cui ho tardato a risponderti. Questo clamore, tutta questa attenzione sulla nostra città, ci ha sorpreso. Noi piccoli detective, furiosi per lo sfregio che credevamo solo nostro, siamo stati investiti da un affetto totale, da un amore tutto italiano che ci ha fatto pensare e che ci fa riflettere ancora oggi.

Come gestire tutta questa solidarietà? Messaggi, lettere, telefonate, dichiarazioni, parole, disegni e fiori sono il fiume di emozioni che ha invaso la città. La fiaccolata organizzata nella serata di lunedì, pur nella sua retorica, è stato il momento più commovente. Tutto questo ci fa pensare che ogni gesto di vilipendio e di oltraggio può provocare un’autodifesa della società, indipendentemente dalle speculazioni dei sociologi. Ma l’autodifesa si crea e si mette in moto non tanto a livello locale, quanto a livelli superiori, grazie anche alla velocità con cui viaggiano le informazioni oggi.

E’ bastata una foto della porta imbrattata, sono bastate quelle poche lettere nere postate sui social e la macchina antivirale nazionale si è accesa.  E se il mondo dei social è spesso additato come incubatore di dietrologie e revisioni storiche, lo stesso mondo è il luogo dove ogni individuo può definire il suo intervento, il suo attacco o difesa a un ideale, in modo semplice e diretto. Durante la sfilata si è passati davanti alla porta di casa di Lidia Rolfi, i più giovani hanno fotografato, hanno postato, hanno commentato. Una piccola battaglia vinta, un contributo firmato contro il gesto di un attacco vile e ignoto. Questo “io c’ero e ci sarò sempre” vale molto di più di mille Bella Ciao, ma si sa ogni generazione ha i suoi modi per esprimersi e di dimostrare solidarietà.

Detto questo voglio rispondere alle tue domande, anche se in parte ho già risposto.

Mondovì è una cittadina piccola, ma non così piccola, tutto sommato ricca e ormai la conosoci come le tue tasche. Ma conosci bene anche città molto diverse come Torino e Milano, dove hai vissuto. Possibile che l’idiozia alberghi uguale a se stessa in provincia così come in una grande città o addirittura in una metropoli?

L’idiozia regna ovunque, non ha età, né frontiere. Trump e Rohuani giocano ai soldatini, basta che qualcuno schiacci il bottone sbagliato e tutti i nostri ragionamenti su Resistenza, valori e pacifismo verranno tramandati agli unici sopravvissuti alla catastrofe nucleare: i ragni.

Antisemitismo nel 2020. A Mondovì, in provincia di Cuneo, una zona che ha dato vita alla Resistenza. Dove abbiamo sbagliato come uomini, genitori, amministratori?

Nessuno ha sbagliato nel tramandare i valori della Resistenza e nel raccontare gli orrori dell’Olocausto. Come dicevo, però, ogni generazione ha un suo linguaggio. Perseverare nella narrazione “eroica” della Resistenza, può degenerare in retorica e dalla retorica nasce il qualunquismo. Il qualunquismo è foriero di dittature. E si ricomincia da capo.

Non ti chiedo cosa faresti all’imbecille che ha imbrattato la porta della famiglia Rolfi (perchè lo so già e non si può dire), però come Amministratore ti chiedo cosa può fare la politica.

La politica può fare molto. Sicuramente con un ricambio generazionale vero, ma fatto in base alla competenza e preparazione e lasciando perdere ogni istinto giovanilistico. I ragazzi sanno parlare ai ragazzi, ma anche ai più vecchi, mentre non sempre vale il contrario. I nativi digitali hanno un modo di approcciare i problemi molto pragmatico. Troppo spesso la generazioni precedenti a loro (quindi anche noi) li hanno giudicati come “virtuali”, chiusi in sé stessi, apatici. Tuttavia io li vedo attivi e molto coinvolti emotivamente in ciò che succede nel mondo. L’antirazzismo militante ne è una dimostrazione, ma possiamo parlare anche dell’acuta coscienza ambientalista maturata dai più giovani, del movimento delle Sardine, dei movimenti per uno stile di vita sostenibile ecc. Quindi, torno a ripetermi, la politica può e deve essere organo di trasmissione di valori. E’ necessario l’apporto di chi ha qualche capello bianco in più, è ovvio. Tuttavia il valore trasmesso, l’esperienza, la prospettiva politica devono essere “digeriti” da chi ha la vita e il mondo davanti. Altrimenti si rischia che tutto il nostro racconto sia percepito, da chi cerca di farsi largo nella vita a gomitate, come l’ennesimo “ostacolo” da superare.

Tu sei un uomo ottimista, razionale, concreto, ma ami sognare. Credi nell’utopia, nel fatto che l’uomo, per quanto stupido, sia migliore di quanto a volte dimostri. Due giorni dopo questo episodio, ci riesci ancora?

L’uomo ha grandi possibilità, spesso raccontate proprio nelle idee utopiche. Ma proprio perché siamo umani vige la “legge Tafazzi”. Mi viene da pensare che gran parte delle nostre manie o fobie siano frutto di una società annoiata che corre dietro a paure costruite artificialmente dai cattivi maestri. Non reagiamo a un malessere sociale individuando le cause vere, ma corriamo dietro a ipotetici nemici lontani.

Ultima domanda. Se ha già parlato, parlerà. Il “normalizzatore”, l’uomo che cercherà di minimozzare tutto, che dire “E’ solo un imbecille, un ragazzino, uno che non aveva altro da fare etc. etc.”. Cosa possiamo dire al Signor Normalizzatore?

Siamo tutti in fondo normalizzatori o vorremo esserlo. Vorremmo tutti che un fatto così grave sia confinato nella follia o stupidità umana. Ci spaventa, almeno qui in provincia, l’idea che alla base di tutto ciò ci sia stata una strategia politica violenta e oscura. Non è da noi. Qui tutti ci conosciamo. Qui tutti ci perdoniamo a vicenda.

 

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