CODA – Italia Rossa 14

La prima coda fuori dal supermercato non si scorda mai. Ovviamente faceva freddo. Ero in una foto degli Anni Quaranta, di quelle che ho visto sui libri di storia, ma non avevo in mano la Tessera Annonaria. Dettaglio importante, direi dirimente.

Non eravamo in molti, forse una decina. A debita distanza, composti, quasi tutti con la mascherina. Solo che gli sguardi non erano quelli di due settimane fa. L’adrenalina inizia a scarseggiare, l’effetto novità sta svanendo e lo leggi chiaramente negli occhi di chi ti è davanti (un papà irrequieto con una bambina) e di chi ti è dietro (una giovane donna con la faccia di chi venderebbe volentieri un rene pur di essere altrove).

Meno gentilezza, sorrisi, cenni di intesa, voglia di cantare dal balcone. La routine dell’emergenza è iniziata. Inevitabile.

Quando arriva il mio turno e le porte di spalancano come il Mar Rosso davanti a Mosè, punto diretto al lievito di birra. Sono le 10 e qualche minuto. È finito, già finito. Finisce subito. Mi guardo attorno, le corsie sono quasi libere, gli scaffali pieni. Indugio qualche secondo, giro su me stesso. Sento un vago senso di disagio. Venderei un rene anche io per potermi svegliare e dire “era solo un brutto sogno”.

Vado verso le casse dove i carrelli formano una fila lunga una decina di metri, ed esco piuttosto rapidamente dal varco riservato a chi non fa acquisti. Più di uno mi guarda stupito, e ha ragione.

Una volta fuori respiro di nuovo normalmente.

Mi serve una prospettiva, una data. O, in alternativa, voglio almeno la primavera. Quella con il sole.

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