COSA SUCCEDERÀ A KABUL?

TOPSHOT - Taliban fighters sit over a vehicle on a street in Laghman province on August 15, 2021. (Photo by - / AFP) (Photo by -/AFP via Getty Images)
Avendo viaggiato per il sud del mondo per 25 anni, quando l’opinione pubblica nostrana, attraverso i social, diventa in pochi secondi esperta di geopolitica, grazie a qualche evento che capita lontano dai nostri confini, mi viene sempre voglia di mettere mano alla pistola e porre fine al dibattito in modo radicale. Per evitare gesti inconsulti, mi estraneo dal dibattito vuoto e provo a confrontarmi con chi ne sa molto più di me. Uno di questi è Angelo Ferrari, della redazione esteri dell’Agenzia Giornalistica Italiana. Ha accettato di rispondere a qualche mia domanda circa il caos nel quale è precipitato l’Afghanistan. Ecco cosa mi ha risposto. Buona lettura:

1. Ti aspettavi un epilogo di questo tipo?

Dire, come molti hanno fatto, che non era prevedibile mi sembra un modo per mascherare l’evidenza. Tratti con i Talebani a Doha il ritiro degli americani e pensi che questi non si riprendano l’Afghanistan? Non ci credo. Questo vorrebbe dire che c’è stata una sottovalutazione da parte di tutti gli analisti delle intelligence di tutto l’Occidente. E questo non è possibile, per lo meno non è credibile. Gli Usa se ne volevano andare, impantanati come erano nel paese da dieci anni. Già Biden nel 2009, da vicepresidente, sosteneva, ed era l’unico, che dall’Afghanistan bisognava andarsene. Non è stato ascoltato. La guerra iniziata nel 2001 aveva uno scopo preciso: sconfiggere al Qaeda e uccidere Bin Laden. Cosa che è accaduta nel 2011. Non aveva senso rimane oltre. 

2. Fino a Ferragosto per i media italiani l’Afganistan non esisteva. Possibile che verso tutto ciò che riguarda la politica estera ci sia questo silenzio assordante?

L’Afghanistan è esistito solo per raccontare degli attentati. O perché succedeva qualcosa a qualche connazionale. Non per altro, se non in sporadici casi. E’ rimasto per anni un argomento di nicchia, per pochi esperti. All’opinione pubblica non interessavano le sorti di quel paese, della sua gente. Eppure, doveva e deve riguardarci. Il ritiro dell’Occidente corrisponde a un nuovo assetto ed equilibrio geopolitico. Non riguarda solo l’Afghanistan, ma tutto quelle aree del mondo particolarmente sensibili, come l’Asia Centrale, appunto, ma anche il Medio Oriente, l’Africa. Agli Stati Uniti l’Afghanistan non interessa più, le minacce terroristiche arrivano da altri scenari: Siria e Africa. Una considerazione: dove erano tutti coloro che ora si strappano le vesti per ciò che sta succedendo in Afghanistan quando venivano firmati gli accordi di Doha? Anche loro non hanno previsto ciò che poi è accaduto? Mi chiedo perché la società civile, l’informazione, la politica, almeno quella buona, non si sono mosse per tempo denunciando e facendo pressione? Non era meglio strappasti le vesti allora?

4. Il caos è iniziato con gli Accordi di Doha. Trump lascia la patata bollente a Cina e Pakistan? Che senso ha? Cosa ci guadagnano gli Stati Uniti da questa fuga dopo almeno un decennio di guerra apparentemente inutile? 

Non so cosa ci guadagnino gli Stati Uniti. Ora hanno commesso un grave errore, visto il caos che regna a Kabul e la fatica di rimpatriare gli occidentali e, soprattutto, gli afghani che hanno collaborato con le forze straniere. Cina e Russia hanno immediatamente aperto al nuovo corso, gli interessi sono enormi, soprattutto per Pechino, ma anche Mosca è parte attiva della partita, nel senso che vuole tornare ad essere protagonista nella politica internazionale e lo sta dimostrando in più scenari. Dalla loro hanno un vantaggio: dei diritti umani e delle donne non gli importa nulla. Alla Cina poi interessa, e molto, ciò che il sottosuolo dell’Afghanistan offre: petrolio, gas, ferro, rame, litio, terre rare. La fame di materie prime è grandissima. Lo vediamo anche in altri scenari, come quello africano. Poi c’è la nuova via della seta. Il Pakistan è un asse importante, così come l’Afghanistan. C’è da scommettere che Pechino si impegnerà a fondo per la ricostruzione del paese in cambio di tutto ciò che il sottosuolo nasconde. Non dimentichiamoci che il territorio afghano è sicuramente stato, e continua a essere, la parte di mondo più controllata e scandagliata dall’alto con mezzi sofisticatissimi. Un recente studio americano svela che le risorse dell’Afghanistan possono essere stimate in circa 3mila miliardi di dollari.

5. Questa sconfitta americana, mi hai detto in altra sede, ricorda quella subita in Somalia a metà degli anni novanta. In che senso trovi similitudini?

Mi riferisco alla struttura della società somala. All’organizzazione dello Stato. In Somalia la società è frammentata in clan e sotto clan con le loro dinamiche, i giochi di potere. In breve: non vi è una relazione diretta tra cittadino e istituzione. Questa “relazione” è mediata dai clan e dai sotto clan. Solo un esempio: i cittadini non eleggono direttamente i loro parlamentari e il presidente, ma sono gli anziani dei vari clan che indicano chi andrà a sedere in parlamento. Non esiste il suffragio universale, nonostante, di recente, vi sia stato un tentativo di introdurlo. Non si può guardare alla Somalia con lo sguardo occidentale. Così in Afghanistan. E’ una società fatta di tribù, etnie, clan con interessi diversi che poi devono trovare una sintesi nel vertice. Se noi occidentali pensiamo di andare in paesi come questi che ho citato, e pensare di potere esportare la nostra democrazia, allora non abbiamo capito nulla. Ma occorre anche sottolineare che in nessuno di questi casi gli americani e l’occidente più in generale, aveva intenzione di fare una guerra per costruire uno stato. Lo si capisce da alcuni numeri, a mio giudizio significativi: la sproporzione tra spese militari e investimenti per lo sviluppo. Il rapporto è semplice, 10 a 90 tra spese civili e spese militari. E’ pensabile che ciò potesse essere accettato dagli afghani? Questo rapporto, inoltre, si evidenzia in altre parti del mondo dove vi sono interventi stranieri: il Sahel, per esempio. Vi è una sproporzione enorme tra impegno “politico-civile” e spese militari. I terroristi nel Sahel si nutrono di questo. Le popolazioni che vivono in quelle aree non sono tutti terroristi votati all’Islam, semplicemente è gente che soffre la fame, non dispone dei servizi essenziali e sono, dunque, facilmente arruolabile. Quegli Stati, anche con il supporto dell’occidente, dovrebbero lavorare per soddisfare questi bisogni di base: educazione, sanità, lavoro. E il rapporto tra spese militari e per questi tre capisaldi del vivere civile, comprensibili da tutti, anche in società divise in tribù e clan, dovrebbe essere, per lo meno, 50 a 50. Ma non è così. Non lo è stato in Afghanistan, nonostante la presenza massiccia di occidentali, e non lo è in alcuni teatri africani. Solo una piccola sottolineatura: come può un afghano accettare l’intervento straniero quando vede il disastro di un potere fondato sulla corruzione che, nel momenti più importante, si squaglia come neve al sole? 

6. “Esportare democrazia” suona una come delle più clamorose ipocrisie possibili, però un afgano che è nato a inizio millennio ha vissuto vent’anni in un paese certamente complicato, in guerra, ma nel quale essere una donna che studia o fa la reporter non commette più un reato da punire con la morte. E adesso?

Certo tutto vero. “L’adesso”, però, lo stiamo vedendo. Il Paese tornerà indietro di 20 anni. I Talebani si sono raffinati dal punto di vista della propaganda, ma i contenuti rimangono quelli di vent’anni fa. Nessun diritto per le donne, uccisioni sommarie per gli oppositori, oscurantismo medioevale.

7. Vedremo un film nuovo o quello già visto? Esistono davvero i “nuovi Talebani” secondo te?

Non credo ai “nuovi talebani”. Spero che l’Occidente non faccia l’errore di riconoscere quel regime, sarebbe un ulteriore disastro. Certo, come già accade, stanno tenendo aperto un dialogo per permettere le evacuazioni. Cina e Russia, per le ragioni che abbiamo visto, hanno già, di fatto, riconosciuto il nuovo regime. C’è poi un aspetto: i corridoi umanitari. Anche qui chi li invoca fa bene, ma forse non conosce a pieno il meccanismo. Per aprire i corridori umanitari bisogna che il regime afghano sia d’accordo e quindi bisogna negoziare con loro. In questo senso occorre un po’ di cinismo. E’ difficile affermarlo, soprattutto mentre stiamo assistendo al disastro afghano. Noi vediamo solo Kabul, poco anche della capitale, in pratica solo l’aeroporto. Ma cosa sta accadendo nel resto del paese? Le notizie sono raccapriccianti, uccisioni sommarie, donne in età fertile cercate e sequestrate casa per casa. Certo, i corridoi umanitari potrebbero essere una soluzione, per lo meno per evitare una nuova guerra a sfondo umanitario, ma l’occidente riuscirà a sopportare l’impatto di qualche milione di profughi? O farà ciò che ha fatto coi siriani per non averli tra i piedi, finanziando Erdogan, non propriamente un santarellino, per tenerseli? Vedremo.

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