DE SEGÚN COME SE MIRE, TODO DEPENDE

Allontanarmi occasionalmente dall’Italia, anche per periodi molto brevi è esercizio di pura sopravvivenza. Complice un’esterofilia iniziata in età post puberale e mai sopita, cambiare aria mi aiuta a osservare la Patria natia con  più indulgenza. 

Persino il ventilato rientro di D’Alema Massimo nel Partito Democratico, che vissuto in Italia mi crea perniciosa acidità di stomaco, osservato da oltre confine, mi appare per ciò che è: il gesto rancoroso di un vecchietto che è convinto che qualcuno gli abbia rubato la dentiera, ma che invece è solo un po’ rimbambito dagli anni che passano. Roba che può interessare solo Chiara Geloni, e pochi altri compagni affetti da sindrome falso rivoluzionaria. Quindi farsi salire la carogna per colpa di D’Alema, oggettivamente, non ha ragion d’essere.

Ecco quindi che soli cinque giorni trascorsi a Malaga, in piena Andalusia, a sud del sud dell’Europa, dal 3 al 7 gennaio, sono riusciti nell’impresa di restituirmi un barlume di pace interiore, viatico perfetto per l’anno appena dato alle stampe.

Perché Malaga? Perché esiste un comodo volo diretto da e per Torino (God Save Ryanair e le sue tariffe sempre low) e perché la Spagna è ancora un luogo nel quale fare turismo non implica l’ipoteca sugli immobili. 

Alcuni esempi: il tragitto in taxi dall’aeroporto al centro città a Malaga oscilla tra i 15 e i 18 euro, a Torino tra i 35 e i 40 (tempi di percorrenza simili). Una cena per due in zona centrale con 3/4 tapas di qualità, calice di vino tinto che stupisce e dolcino dell’abuela può tranquillamente non superare quota 15 euro a cabeza. Se si decide di stare sul menù turistico si scende ancora.  I churros fritti sul momento viaggiano a 50 centesimi al pezzo nella churreria più antica e rinomata di Malaga, la colazione al bar con pan y tomate la sfanghi con poco più di nulla e una mezza baguette imbottita di jamòn iberico te la aggiudichi con 3 euro e mezzo. In zona centralissima, però, non meno di 4 e 50. In panetteria un roscon con nata (dolce alla panna tipico dell’Epifania) per due persone è tuo con 1 euro e 50.  I trasporti pubblici, sia sotterranei che di superficie sono efficienti, ma devo denunciare la presenza di semafori il cui intervallo tra il rosso e il verde può durare il tempo di una piccola siesta.

Una nota di colore: i sexy shop,  ne ho incrociati tre e visitato uno, sono normali negozi con vetrine che affacciano sulla strada a ingresso libero.  Nessun sordido segno di perdizione, nessuna tenda a celare il turpe commercio, nessun antro nascosto al quale avvicinarsi vestendo cappello e ampi occhiali da sole per paura di essere riconosciuti dalla signora Pautasso in missione per conto di Dio. 

Malaga, 600 mila abitanti, mi è parsa molto pulita ovunque abbia gettato lo sguardo, spiaggia compresa, e sebbene già ora i turisti fossero parecchi è d’estate che la città si trasforma. Per dare l’idea basti considerare che l’aeroporto Costa del Sol, nel 2018, ha visto transitare quasi 20 milioni di passeggeri. Torino che conta 900 mila abitanti (il 30% in più di Malaga), ha avuto un traffico al Sandro Pertini che era di poco superiore ai 4 milioni (l’ 80% in meno).  Vero che l’una vive sul mare e l’altra ai piedi della montagna, una non ha mai freddo, l’altra ha caldo per 3 mesi l’anno, vero anche che Malaga e Torino sono imparagonabili, però forzare i paragoni ha sempre un suo fascino e una sua funzionalità.

Ciò che però mi ha consentito un vero e proprio stacco spazio temporale, non è stata la città in sè, quanto la tranquillità con la quale gli andalusi paiono relazionarsi con la pandemia.

Anche in Spagna i contagi sono tanti, gli ospedali faticano, le terapie intensive si riempiono, ma sfogliando i giornali online e zappando sui vari canali tv, l’ansia pandemica è nettamente inferiore alla nostra. Nessun media iberico riserva alla pandemia gli spazi e i toni usati da quelli italiani. Sul Corriere.ti di oggi, sabato 8 gennaio, le prime 9 notizie, con foto e relativi commenti, sono dedicate al Covid. Solo la morte di Sidney Poitier interrompe lo scroll monotematico. Su Elpais.es  alla pandemia è riservata la seconda e la terza notizia. Stop. Anche su Twitter gli argomenti di dibattito degli utenti iberici sembrano molto meno focalizzato sul Covid. Non ho mai sentito riecheggiare il termine NoVax e persino la pantomima di Djokovic è stata liquidata con una battuta di Nadal, avversario storico del serbo  “Mi fido della scienza, il mondo ha già sofferto abbastanza, le regole vanno rispettate”, che suonava come un doppio 6-0. La mascherina era indossata obbligatoriamente ovunque, anche all’aperto e il controllo del Green Pass se si consuma all’interno dei locali, frequentissimo. Gel a fiumi,  nessun rilevamento della temperatura (scelta saggia, per farlo come lo facciamo noi, tanto vale …) e le solite piccole restrizioni per le manifestazioni che prevedono assembramento. 

Ovvio che con 20 gradi e un sole che sa di primavera, la vita all’aperto è più che un’opzione. Leggere un libro in spiaggia in maglietta a maniche corte suona molto più intrigante che passare il pomeriggio sul divano di casa in compagnia di tisana, plaid e telecomando.

Detto ciò, visto da Malaga, il Covid mi ha generato una dose assai minore di stress e, mi auguro, mi consentirà di guardare al futuro con una spensieratezza che, a volte, dato il clima apocalittico nostrano, suona quasi offensiva. 

Quindi: per resistere agli effetti collaterali della pandemia esco dalla mia bolla, tanto quella reale che quella digitale, e osservo tutto da un altro punto di vista, perchè in fondo “Depende ¿de qué depende? De según como se mire, todo depende”. 

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