Gli ultimi mesi, per Torino, non sono stati facilissimi. La città è stata spesso teatro di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Sullo sfondo, quasi sempre, il mondo antagonista. E Askatasuna in particolare, che di quel mondo è il cuore pulsante.
La settimana scorsa il celebre fumettista romano Zerocalcare era a Torino per partecipare a un evento a sostegno di Askatasuna, affermando (tra l’altro): «Vedo le grate in strada come al G8 nel 2001». Chi ha visto o vissuto il G8 ed ha il senso delle proporzioni, un parallelismo simile non lo farebbe mai, ma tant’è. Il clima è questo: Torino 2026 come Genova 2001.
Poi c’è un’altra questione meno rumorosa, ma ugualmente importante: la sicurezza urbana. Sia quella percepita, che quella reale. Un tema che la Destra cavalca sempre con grande disinvoltura e discreta faccia tosta. Detta in modo brutale, tra antagonisti e maranza (termine che aborro) è un attimo dipingere Torino come il Bronx.
Avendo voglia di approfondire un po’ e visto che la giunta comunale ha un Assessorato alla Legalità e alla Sicurezza, ho chiesto all’assessore, che si chiama Marco Porcedda ed è tenente colonnello dell’Arma dei Carabinieri, di provare a spiegarmi cosa sta succedendo in città.
Quella che segue è la sintesi di una chiacchierata fatta via mail qualche settimana fa.
Assessore, dopo quasi un anno e mezzo di lavoro in giunta, può fare un primo bilancio?
Dopo una lunga esperienza nell’Arma, entrare in Giunta ha significato assumere un ruolo diverso: da chi interviene sulle emergenze a chi lavora per prevenirle con strumenti amministrativi, regolamentari e organizzativi. È un «salto», ma anche una continuità: l’attenzione alle persone resta il filo conduttore. La differenza è che oggi posso incidere sulle condizioni che permettono agli operatori di questo settore di lavorare meglio. È un lavoro complesso, ma estremamente motivante.
Qual è il suo ruolo?
Sicurezza e ordine pubblico non sono di competenza comunale, ma demandati al lavoro di Prefettura, Questura e forze dell’ordine. Come assessore posso mettere a disposizione informazioni utili, rappresentare esigenze del territorio, coordinarmi con Prefettura e Questura. L’amministrazione comunale contribuisce con le sue competenze (ad esempio con provvedimenti amministrativi specifici di divieto di sosta, divieto di vendita di alcolici da asporto in particolari fasce orarie e zone della città) alla predisposizione dei servizi di ordine pubblico in maniera integrata.
Parliamo di sicurezza in città.
Negli ultimi anni, a livello nazionale e nelle grandi città, si è registrata una ripresa complessiva delle denunce dopo la fase anomala della pandemia, come evidenziato dalle più recenti analisi sulla criminalità diffuse dal Viminale. I reati sono in calo rispetto ad alcuni decenni or sono, ma c’è una maggiore sensibilità a denunciare episodi di illegalità, una sensibilità importante anche al fine di perseguirli e prevenirli. Torino, una città metropolitana con un grande flusso quotidiano di persone, studenti, turisti e lavoratori, si colloca dentro questo scenario.
Detto questo, la percezione della sicurezza non si allinea automaticamente all’andamento dei dati. I cittadini vivono soprattutto ciò che accade nelle loro strade, nei loro quartieri, negli spazi che frequentano ogni giorno: episodi di inciviltà, rumori molesti, degrado urbano, occupazioni improprie degli spazi pubblici. Questi fenomeni influenzano profondamente il senso di tranquillità delle persone. Per questo la risposta non può limitarsi a valutare l’andamento delle statistiche: deve essere concreta, territoriale e quotidiana.
Quindi?
Stiamo lavorando su tre piani integrati. Presenza e prossimità: aumentare la presenza sul territorio della Polizia locale, rafforzare il dialogo nei quartieri, intervenire dove si generano tensioni. Cura e rigenerazione dello spazio urbano: illuminazione, manutenzione, pulizia, attivazione di spazi oggi sottoutilizzati. Spazi vissuti sono spazi sottratti al degrado e all’illegalità. Trasparenza e ascolto: spiegare con chiarezza ciò che si fa, raccogliere segnalazioni, costruire un rapporto di fiducia basato sulla presenza e sulla continuità degli interventi. La sicurezza si costruisce sul territorio, attraverso la vicinanza delle istituzioni e la qualità degli spazi che le persone vivono ogni giorno.
La microcriminalità delle bande giovanili preoccupa molto. Cosa possiamo dire a riguardo?
Il fenomeno della microcriminalità giovanile esiste e va affrontato senza allarmismi ma con grande serietà. Non parliamo di «organizzazioni criminali» in senso classico, ma di aggregazioni fluide di ragazze e ragazzi, che possono degenerare in comportamenti violenti o intimidatori.
Un ruolo fondamentale, all’interno delle nostre competenze, lo riveste la prevenzione: educare alla legalità e lavorare nelle scuole e nei luoghi di aggregazione dove si formano i primi legami e i primi conflitti è importantissimo, e l’ideale è cominciare quando i ragazzi hanno 12-13 anni. La Città di Torino, poi, ha un ricchissimo tessuto di associazioni, educative di strada, operatori che lavorano sul territorio e nel sostegno ai ragazzi e alle famiglie, oltre a una grande offerta, sia nei servizi delle politiche giovanili della Città, sia di enti e associazioni, di esperienze ricreative positive. La Polizia locale è impegnata in numerose attività nelle scuole di dialogo e prevenzione di fenomeni come bullismo, cyberbullismo e, in generale, di educazione alla legalità per bambini e ragazzi di diverse fasce di età. È una rete importante che bisogna continuare a valorizzare e sostenere.
Il «vigile di quartiere» sarebbe d’aiuto?
La domanda di prossimità, di relazione diretta, di una presenza riconoscibile e affidabile sul territorio è fortissima. Il modello a cui guardiamo è quello di un punto di riferimento costante e riconosciuto, un facilitatore, capace di parlare con negozianti, residenti, scuole e di supportare altri servizi comunali e l’operato delle forze dell’ordine, una figura preparata sulla mediazione.
Si tratta di mettere a disposizione delle cittadine e dei cittadini una presenza efficace, strutturata, supportata anche da tecnologie. Competenze che all’interno del Corpo esistono e vanno rafforzate, motivo per cui abbiamo istituito un modulo di preparazione specifico nella nostra Scuola di Polizia locale, in modo da garantire al personale strumenti e tutele per operare al meglio all’interno dei limiti che la normativa esistente permette.
I numeri allora diventano molto importanti. Quali sono quelli della Polizia locale?
Il Corpo di Polizia locale di Torino conta, ad oggi, circa 1400 persone, ma il dato numerico, in sé, dice relativamente poco. Quello che, all’interno dell’organizzazione, stiamo cercando di fare è aumentare la presenza degli agenti sul territorio, snellire e razionalizzare i processi interni anche attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie. L’obiettivo è quello di organizzare al meglio le risorse, affinché sempre più agenti possano essere impiegati nella loro funzione primaria: stare in mezzo ai cittadini, presidiare i quartieri, ascoltare i residenti, rispondere ai problemi del territorio.
Se ne parla poco, ma anche la sicurezza informatica è un problema che riguarda i cittadini.
Vero. Quando si parla di sicurezza informatica, molti pensano a qualcosa di lontano. In realtà si tratta di proteggere i servizi essenziali del Comune: anagrafe, pagamenti, trasporti, gestione rifiuti, scuole. La vulnerabilità digitale oggi equivale a una vulnerabilità fisica, perché un attacco può fermare servizi fondamentali.
Come amministrazione abbiamo lavorato a una strategia digitale per i prossimi anni, capace di integrare tecnologia, processi e formazione. Il lavoro che stiamo portando avanti si muove su quattro piani: modernizzazione delle infrastrutture, innalzamento degli standard, formazione del personale, cooperazione con partner nazionali e regionali specializzati. La sicurezza informatica non può essere gestita da un singolo ente isolato.
Lei è qui dal 2001, come ha vissuto e come vive la città?
Torino è una città straordinaria, per storia, eleganza, profondità culturale. Sin da quando ci sono arrivato per la prima volta, quello che mi ha colpito di più è la sua capacità di mettere insieme tradizione e innovazione, passato e futuro: ex aree industriali che diventano centri di innovazione o cultura, quartieri che cambiano volto, comunità molto attive, eventi sociali, culturali e sportivi di livello internazionale.
La sorpresa più positiva è sempre stato il senso civico diffuso dei torinesi: esigenti, talvolta critici, ma sempre partecipi e attivi. Questo aspetto è fondamentale per la crescita di una città: si cresce sempre insieme. Questa città ha un patrimonio umano enorme che difficilmente ho trovato in altre grandi città dove ho vissuto, motivo per cui l’ho scelta come città in cui vivere e far crescere i miei figli.
Assessore, lei ha prestato servizio in Iraq, a Nassiriya. Che esperienza è stata?
Comandare la Polizia militare a Nassiriya, subito dopo la famigerata strage, è stata un’esperienza umanamente e professionalmente molto intensa. È un luogo che porta un peso simbolico fortissimo per chi indossa un’uniforme.
Sono stati mesi duri, ma formativi. Dal punto di vista professionale, quello che ho imparato più di tutto è il valore della responsabilità: ogni decisione può avere conseguenze enormi, e devi sempre mettere la sicurezza delle persone davanti a tutto. Sul piano umano ho imparato a riconoscere il valore di molte cose che, qui, viviamo quasi senza accorgercene: servizi, diritti, sicurezza, normalità. Sono elementi che tendiamo a considerare inevitabili, quasi ovvi. E invece, in altre parti del mondo, quelle stesse certezze non esistono: non sono un punto di partenza, ma un bene raro, una condizione che non è affatto garantita. Questa consapevolezza ti cambia, perché ti obbliga a guardare la nostra quotidianità con occhi diversi, molto più grati e molto meno distratti. Ho imparato anche quanto sia prezioso il lavoro silenzioso, quotidiano, di chi opera lontano dai riflettori. È una lezione che porto con me ancora oggi.
Come avrete notato, di Askatasuna non si è parlato. Non a caso. La questione è di competenza esclusiva del sindaco. Si tratta di una fiala piena di nitroglicerina: se non la si agita è meglio.
Rimane, a me che sono stato carabiniere ausiliario nel lontano 1986, la sensazione che l’Assessorato alla Legalità e alla Sicurezza della Città di Torino sia in buone mani. Quando l’assessore Porcedda dice: «Ho imparato anche quanto sia prezioso il lavoro silenzioso, quotidiano, di chi opera lontano dai riflettori», dimostra di essersi calato perfettamente nello spirito sabaudo, imparando la lezione numero uno per diventare un perfetto torinese: non farsi notare e lavorare sodo. E di lavoro da fare, come vediamo, ce n’è parecchio.
Sappiamo anche che alla politica i «tecnici» piacciono solo nella misura in cui non disturbano l’autista del bus. Sono lupi solitari, senza tessere e pacchetti di voti. Però servono, eccome se servono. Come in questo caso. Buon lavoro Colonnello.


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