In questa ultimi mesi molti utenti social, sospinti forse dalla geopolitica che è in pieno smottamento, dalle guerre a noi vicine e da un senso generalizzato di inquietudine, scrivono sulle varie bacheche di sentirsi (per convinzione politica o estrazione sociale) “dalla parte giusta della storia“. Non sono esente. Sono certo di averlo detto e scritto anche io. Di certo in occasione dell’ultimo referendum (fallito), sulla cittadinanza.
La frequenza con la quale torna l’affermazione, mi ha portato a fare i conti con il mio campo di studio (la storia, appunto) e la mia personalissima visone del mondo.
L’espressione “stare dalla parte giusta della storia” è un costrutto retorico più che una categoria storiografica. Non significa nulla, non certifica nulla.
La maggioranza degli storici (da Erodoto in poi), per quello che mi risulta, evita di usarla perché presuppone un orientamento morale della storia stessa. Come se il flusso delle cose che accadono avesse una direzione intrinseca e quindi un esito “giusto” o “sbagliato“. In storiografia questo mi pare sia generalmente considerato un assurdo. Parliamo di storia, non di teologia.
E poi: Giulio Cesare era dalla parte giusta della storia o no? E Napoleone Bonaparte?
A Napoleone dobbiamo tra i 3 e i 6 milioni di morti (soldati e civili), ma nello stesso tempo ha consolidato un’ idea moderna di repubblica. Prima di fare il dittatore. Quindi, se stiamo con Napoleone, in che parte della storia ci troviamo? Oggi diremmo “giusta” senza esitare, i suoi contemporanei molto meno.
Siamo invece abbastanza tranquilli quando parliamo di Hitler e Mussolini. O Stalin. Ma qui in ballo ci sono più i diritti umani violati che la scelta di quale parte della storia sia “giusta” o meno. Se i tre dittatori sopracitati non avessero ammazzato milionate di dissidenti, di ebrei, di omosessuali, di nomadi, di disabili forse (e sottolineo forse) li ricorderemmo diversamente.
Tutto ciò per dire che con la retorica non si va lontano, almeno all’interno di un dibattito storico serio.
Oggi ho letto il post di una persona che avendo preso la tessera della Fiom CGIL si sentiva, appunto, “dalla parte giusta della storia“. Mi ha fatto sorridere per la genuinità, ma anche, a mio avviso, per l’assenza di correlazione con la realtà
La CGIL è un sindacato formato quasi interamente da pensionati o dipendenti pubblici (su 5 milioni di iscritti 2,5 sono pensionati e 1 dipendenti pubblici). Che “storia” rappresenta? Sembrerebbe, visti i numeri, quella dei pochi che in questo malandato Paese hanno un reddito garantito. Siamo certi sia quella (se esistesse) “la parte giusta della storia“. Per la cronaca, gli iscritti alla Fiom sono poco meno di 300 mila e anche tra di loro ci sono dei pensionati (pochi, tra il 10 e il 15%).
La retorica è proprio vuota per definizione. È una lezione che devo tenere a mente.
Già Erodoto da Alicarnasso (è vero, ho un debole per lui) ricordava che il suo lavoro era semplicemente quello di raccontare fatti importanti perché altrimenti sarebbero caduti nell’oblio. E si riferiva alla guerra delle poleis greche contro i potenti Persiani.
Sproloquio terminato.


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