“SONO CONTRO LA VIOLENZA, MA…”

Questa mattina un pezzo di città si è svegliata frastornata. Un pezzo, badate. Solo un pezzo. La stragrande maggioranza dei torinesi ha altro a cui pensare. E non è detto sia il Natale. Torino è una città fragile economicamente e socialmente. Nella lista delle priorità familiari la preoccupazione per la chiusura del centro sociale Askatasuna non si posiziona sul podio.

Resta un fatto: la giornata di ieri con l’ennesimo corteo sfociato nell’ennesima guerriglia urbana è uno dei punti più dolorosi dell’anno sabaudo.

I FATTI

I fatti sono noti e riassumerli qui in modo esaustivo non è semplice: la sede di Askatasuna, in corso Regina Margherita 47, è un palazzo occupato illegalmente 30 anni fa. È stato dichiarato inagibile e il Comune, due anni fa, ha stipulato un patto con gli occupanti: voi uscite tutti ora, noi sistemiamo l’immobile e poi decidiamo insieme cosa farne, partendo dal fatto che questo è un bene collettivo e tale deve rimanere.

Gli occupanti non se ne sono mai andati. Va detto che Askatasuna ha sempre avuto due anime: una fortemente sociale (aperta e al servizio del quartiere) e una fortemente violenta (che si è fatta le ossa in Val Susa con la guerriglia contro i cantieri dell’Alta Velocità). Per i dettagli consiglio la lettura delle parole pronunciate dalla procuratrice capo di Torino all’apertura dell’anno giudiziario 2025.

Askatasuna si è innestata all’interno della galassia ProPal (hanno in comune il forte legame con gli ambienti universitari) trasformando il senso di quelle manifestazioni, che prevedevano quasi stabilmente lo scontro con le forze dell’ordine.

IL SALTO DI QUALITÀ

Tutto è stato digerito dalle istituzioni. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’irruzione alla redazione de La Stampa. Un gesto troppo fascista per essere derubricato a semplice problema di ordine pubblico.

Si è arrivati così giovedì 18 dicembre alla decisione di sgomberare una volta per tutte il palazzo di Corso Regina 47. Ingresso murato.

Ieri la risposta del solito corteo a due facce: le famiglie con bambini davanti, gli incappucciati un po’ più indietro che si sfilano e iniziano l’ennesima giostra. Gli scontri all’incrocio con via Napione, ieri, sono stati più duri del solito. Li ho seguiti in diretta sulla pagina web de La Stampa.

IL DAY AFTER

Dicevo del Day After. La politica ne esce con le ossa rotte: il povero Sindaco vede fallire il suo progetto, Mtteo Salvini invoca le ruspe (buon Dio…), la destra cittadina gongola e immediatamente affila le armi in vista delle lezioni amministrative, il M5s (buon Dio… ancora) chiede le dimissioni del primo cittadino. Il solito vuoto bailamme.

Vuoto colmato (per fortuna) da una semplice intervista rilasciata al Corriere da Luciano Violante, che a Torino ha vissuto e lavorato a lungo. L’ex magistrato antiterrorismo ribadisce un principio ovvio: “Non si può mascherare la violenza con la rivendicazione di un diritto“. L’intervista è questa.

Vedo, nel mio piccolo, un problema politico: i fiancheggiatori più o meno blandi dell’ala dura di Askatasuna. Coloro che ripetono sui social e ai media: “Sono contro la violenza, ma…“. Parlo ovviamente di Sinistra Ecologista che ha 2 consiglieri in maggioranza, un assessore in giunta (molto competente per il suolo che ricopre) e un paio di rappresentanti in Parlamento eletti a Torino.

Le loro parole sono ispirate al cerchiobottismo più classico, tipico di chi ha responsabilità di governo, ma cerca di tenersi le mani libera e mantenere il profilo di fiero oppositore. Di se stesso. Succede dai tempi della prima scissione dall’allora Partito Democratico della Sinistra. Subito a rimorchio per prendere i voti e poi tanti saluti per “ri-posizionarsi”. Un giorno della marmotta sfinente. Invece Torino avrebbe bisogno come il pane di guardare al futuro per poterselo finalmente costruire.

IL FUTURO, APPUNTO

Chiudo con le parole scritte da Vittorio Bertola, torinese, ingegnere di alto profilo sempre in giro per il globo, un passato da grillino delle origini e un curriculum tostissimo che trovate qui.

Su un suo recente post social ha scritto:

Ora, io non so se domani in centro ci sarà un corteo pacifico o guerriglia: cambia poco. Ma lo sgombero di Askatasuna ha un effetto meno visibile quanto importante. Mette tutta la città, con tutte le sue anime, di fronte alla domanda: cosa vuole essere Torino? Sulla mia bacheca è tutto uno sfilare di entità cittadine, di sindacati, gruppi musicali, chiese, bocciofile, che piazzano lì comunicati talmente simili che sembrano tutti scritti dalla stessa mano, che parlano di repressione del dissenso, negazione della cultura, bambini privati del diritto allo studio (perdonate, quando lo scrivono sindacati e insegnanti che chiudono le scuole due volte al mese per sciopero fa davvero ridere), e ovviamente di fascismo (a Torino nessuno vuole il fascismo, la gente vuole solo poter uscire di casa senza trovarsi le stazioni bloccate o ogni singola colonna di via Po imbrattata di slogan). Insomma, sembra davvero un rito stanco, che avviene nel 2025 ma sarebbe stato circa uguale nel 2015, nel 2005, nel 1995.

Ed è proprio qui il problema, perché sono almeno trent’anni che Torino è congelata in queste dinamiche, mentre attorno il mondo le scappa da sotto i piedi, si evolve, va da altre parti e in altre direzioni. Il sabato in centro, invece di – che so – una sperimentazione di intelligenze artificiali e auto a guida autonoma, noi abbiamo il solito corteo coi soliti scontri e le solite dichiarazioni della solita gente (comprende anche la destra, eh: anche i loro slogan fanno parte del rito).

Siamo prigionieri di noi stessi, di quest’idea della città impoverita ma intellettualmente superiore, che c’abbiamo i portici eleganti, Eataly, la scuola Holden, e appunto i centri sociali coi concerti alternativi, che ogni tanto però spaccano tutto e fanno bene, perché non si può essere intellettualmente superiori senza ribadire che il capitalismo fa schifo. E io preferirei che discutessimo collettivamente di come essere una città ricca; e che abbia pure i suoi spazi di controcultura, ma completamente innovativi. Qualcosa di mai visto prima, invece che qualcosa di visto e rivisto.

Amen.

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