PERCHÈ IL GIORNALISMO SERVIREBBE ANCORA

A voi che qui leggete chiedo: qual è stata l’ultima volta che avete comprato un quotidiano in edicola? Quando on-line? Siete o sei mai stati abbonati a un settimanale, un mensile?

Dentro le vostre risposte si nasconde la crisi delle teste giornalistiche italiane e del giornalismo in senso più ampio.

Un po’ di anni fa abbiamo più o meno consapevolmente deciso, grazie all’avvento della rete, che l’informazione doveva essere gratis. Pazienza se in cambio regalavamo volontariamente alle piattaforme del web tutti i nostri dati. Tutti: da quanto pesiamo a cosa comperiamo e dove andiamo, da quali manie raccontabili o meno abbiamo, a che ora facciamo la cacca.

Che poi. Compriamo di tutto, in modo compulsivo. Ma l’informazione no, quella deve essere gratis. In nome di non si capisce bene quale principio. Spendiamo centinaia di euro all’anno per vedere il calcio, decine di euro al mese per Netflix-Prime-Disney-AppleTv, ci facciamo infinocchiare da Temu tre volte al giorno, ma guai a comperare un quotidiano. Guai.

Questo pippotto inutile lo vorrei ribaltare paro paro su uno degli ultimi scandaletti social che tanto piacciono al popolo del web: il reggiseno di Marzia.

I fatti sono noti: Marzia Sardo, ragazza con tutti i suoi profili social pronti all’uso, ha registrato un video nel bagno di un ospedale romano, denunciando un medico che l’avrebbe importunata con parole decisamente sconvenienti. Era in lacrime. Mi devo togliere il reggiseno per la TAC? C’è un ferretto metallico. Chiede. No, non serve, ma se te lo togli, noi siamo tutti felici. Risponde fiero il medico.

Bene, ma non benissimo. Ne è seguita l’ovvia ondata demmerda. Condivisioni, like, polemiche, schieramenti, accuse, gogne, liti, insulti etc. etc. I toni li avete visti e letti ovunque: a un passo dal rogo il medico (e tutto il genere maschile a ruota), un gradino sopra l’annientamento la povera Marzia (che ha dovuto chiudere i suoi profili social e provare a sparire dai radar).

L’unica cosa certa però è che noi NON sappiamo cosa davvero sia accaduto, chi ha detto cosa a chi. E come. Noi abbiamo solo Marzia che sentendosi molestata lo dice pubblicamente, subito, perché ha uno smartphone e una app. Denuncia l’accaduto su TikTok. Non abbiamo altro.

Ecco. Se vivessimo all’interno di un mondo appena normale, noi chiederemmo di sapere molto di più: il contesto, le persone coinvolte, la voce di un testimone, magari due. Vorremmo avvicinarci il più possibile alla verità che la cronaca può garantirci.

Ed è qui che dovrebbe entrare in gioco la categoria giornalistica. Ci vorrebbe un capo redattore che dicesse a uno dei suoi redattori: “Fatti un giro all’Umberto I e vedi di capire chi sono questi addetti alla TAC, cerca il presunto zozzone e porta a casa la sua versione. Sarà un caso isolato? Senti anche Marzia, ovviamente. Chiedile se e come intende procedere. Fai due parole anche con l’avvocato e vediamo se ci sono all’orizzonte possibili profili penali. Verifica l’esistenza di un qualche sportello ospedaliero che registri questo tipo di abusi nella struttura. Buon lavoro.

Figo eh? Solo che tutta questa procedura costa e ammesso che venga seguita e i risultati poi pubblicati, voi li vorreste leggere gratis. Purtroppo il capo redattore, il redattore e tutti coloro che compongono la filiera che si trova a monte e a valle della costruzione di una notizia, vanno a fare la spesa come voi, hanno magari famiglie e hanno persino voglia di andare in vacanza una settimana all’anno. Vi suona stravagante?

Quindi, volendo pagare Disney Channel, ma non più il Corsera (o quello che vi pare), ci deve bastare la video denuncia di Marzia (che sono certo sia in buona fede e sia davvero provata). E ci deve anche bastare la soddisfazione di litigare come degli scemi sui profili dei giornalisti da bacheca alla Lorenzo Tosa (gli unici davvero svegli, che ancora fanno i danè, perché hanno capito l’antifona in tempo), oppure il parere inutile degli influencer e degli indignati a comando, che hanno followers in abbondanza e che devono foraggiare quotidie. Altrimenti le adv come le fanno? Con buona pace della verità accertabile sul campo.

Ovviamente il video di Marzia è su tutte le home page dei maggiori quotidiani italiani. A conferma che il giornalismo è alla canna del gas.

4 Comments on "PERCHÈ IL GIORNALISMO SERVIREBBE ANCORA"

  1. Giovanni Guilla | 26 Agosto 2025 at 14:35 | Rispondi

    Parole Sante.
    La percezione, purtroppo, è che tutto quello che passa sul web debba essere gratuito, ma se è gratis, quasi sicuramente fa schifo (ma non interessa a nessuno, perché è gratis).
    Ho fatto il mio abbonamento all’unico quotidiano al quale credo veramente e credo siano gli 8 euro mensili meglio investiti della mia vita. L’informazione è nel baratro da tempo ormai, e con lei anche la categoria dei giornalisti, ma non ho capito chi ha trascinato l’altro nel pozzo senza fondo della superficialità.
    Speriamo vinca la professionalità (che ancora esiste), ma ne dubito, almeno nella società odierna.

    Non mollare Sante.

    • Credo che la stalla sia vuota caro Giovanni. Mi auguro che le nuove generazioni siano in grado di gestire questa stagione della post verità. Tocca a loro trovare il bandolo della matassa. Ormai sono un dinosauro. Grazie per aver letto 🙂

  2. Sono d’accordo con quello che dici, io sono abbonata ad un quotidiano ma veramente non so più dov’è il vero giornalismo…poi ci si lamenta perché le persone non leggono più basta andare su TikTok e trovi la stessa notizia sul …quotidiano e ho detto tutto…

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